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lunedì 28 novembre 2016

Come Coltivare il Pomelo (Citrus maxima)? Dove Può Crescere? Che frutto è?

Il Pomelo (Citrus maxima o Citrus grandis), noto anche col nome di Pampaleone o Pummelo, è, assieme al Cedro e al Mandarino, una delle tre specie progenitrici di tutti gli agrumi commercializzati oggigiorno. Anche l'agrume più coltivato al mondo, l'arancio, deriva da un'antica ibridazione tra Pomelo e Mandarino.

Come si coltiva il Pummelo? Quanto resiste al freddo? Dove si può piantare in Italia? Com'è il suo frutto?


Frutto Pomelo Citrus maxima


Origine e Diffusione :

Il Pummelo è una pianta nativa della Malesia, tuttavia è diffuso e coltivato, da oltre 4000 anni, nella Cina Meridionale ed in buona parte del Sud-Est Asiatico. La specie fu introdotta in Europa oltre 1000 anni fa e, da allora, viene cresciuta sia a scopo alimentare, che ornamentale, in giardini ed orti privati. Ovviamente, data la provenienza tropicale, non può essere coltivato ovunque e la sua presenza è relegata alle zone del Sud Europa a clima Mediterraneo Caldo.
Il Pomelo approdò nel nuovo continente "solo" nel 1700; in questo secolo fu il capitano Shaddock ad esportarlo in Jamaica, da lì si diffuse nel resto dei Caraibi e, poi, nelle americhe. Infatti, in diverse zone del Mondo, questo agrume è chiamato "Shaddock" ed anche in Liguria è conosciuto come "Sciaddocco".
Oggigiorno cresce, allo stato selvatico, ai margini dei fiume. nelle regioni Meridionali della Cina, ma è coltivato a scopo commerciale in molte zone del Mondo, anche lontane da quelle d'origine. Ci sono impianti commerciali in California, Spagna, Israele, Giappone, India e, sporadicamente, anche nelle zone più miti d'Italia (Sicilia e Calabria).


Botanica e Fisiologia :

Fiori Citrus grandisIl Pomelo (Citrus maxima o Citrus grandis) appartiene, come tutti gli Agrumi, alla famiglia delle Rutaceae e si sviluppa sotto forma di albero di medie dimensioni, raggiungendo un'altezza di 6-8 m (20-26 ft). Citrus maxima è una specie sempreverde a portamento espanso e tondeggiante, dotata di foglie piuttosto grandi, di forma ovale e, specialmente durante il riposo vegetativo invernale, di color verde scuro. I rami, inizialmente pubescenti, diventano spinosi dopo la lignificazione, mentre la vigoria è meno elevata, rispetto a quella di altri agrumi. Le radici si sviluppano come fittoni che successivamente si espandono lateralmente. Oltre il 70% delle radici è presente nel primo metro (3,3 ft) di suolo, zona in cui vi è maggior concentrazione di ossigeno; tuttavia, specie in ambienti asciutti ed aerati, possono spingersi sino ad una profondità di oltre 2 m (6,6 ft). Le radici del Pomelo hanno un'estensione superiore all'area della propria chioma, ciò nonostante non sono particolarmente invasive e non disturbano muri, vialetti, condotte sotterranee o altre strutture abitative.
Il Pummelo può fiorire più volte all'anno sebbene, in Italia, la fioritura principale sia relegata al periodo primaverile. I Fiori sono bianchi/giallo chiaro e possono essere solitari o riuniti in piccoli gruppi, composti da 2 a 10 fiori. Le infiorescenze vengono emesse in corrispondenza dell'ascella fogliare, ma anche della parte terminale del ramo, in quest'ultima zona i racemi possono esser composti da un maggior numero di fiori (sino a 15-18).
Il Pomelo, avendo più fioriture all'anno, matura i propri frutti in maniera scalare. Dal fiore al frutto maturo ci vogliono circa 150-180 giorni quindi, dato che in zone temperate come l'Italia, la fioritura è concentrata in primavera, il picco di produzione coincide con il periodo tardo autunnale (Ottobre-Novembre-Dicembre).
Il frutto del Pomelo, come suggerisce il nome scientifico (Citrus grandis), è il più grande tra gli agrumi e può arrivare a pesare oltre 3-4 kg (7-9 lb). Contrariamente alla maggior parte degli agrumi, il frutto è generalmente piriforme e non sferico. La polpa interna è circondata da una buccia molto spessa, composta da due strati: quello più esterno, Flavedo, è liscio, sottile e giallo; quello più interno, Albedo, è bianco, di consistenza spugnosa e spesso. La polpa interna, molto ricca di potassio e Vitamina C, è di color bianco o rosa e, a seconda della cultivar, può contenere più o meno semi.
Ma com'è il gusto del Pomelo? Il sapore di questo frutto è, in linea generale, simile a quello tipico degli agrumi. Un retrogusto acidulo è presente, tuttavia è decisamente meno marcato rispetto al Pompelmo. Il sapore potremmo descriverlo come una via di mezzo tra un'arancia dolce ed un pompelmo, quindi dolce, con una nota di amaro, ma molto succoso.

Frutto Pomelo Aperto


Coltivazione, Esposizione, Clima e Cure :

Il Pummelo (Citrus maxima o Citrus grandis) è una specie generalmente autosterile, nonché poco incline a produrre frutti tramite partenocarpia. L'impollinazione incrociata è richiesta per la maggior parte delle varietà, ciò nonostante Citrus maxima può essere impollinata anche da altre specie, appartenenti al genere Citrus. Per questa ragione i semi ottenuti da impollinazione libera hanno un'elevatissima variabilità genetica. Non a caso, la quasi totalità degli Agrumi odierni sono ibridi, che derivano da un primordiale incrocio tra il Pomelo ed altre specie.
Il Pomelo, data la provenienza tropicale, non è di certo tra gli agrumi più resistenti al freddo, tuttavia si è perfettamente adattato a crescere nei climi temperati caldi, come le zone più miti del bacino Mediterraneo. Questo agrume dovrebbe essere coltivato in zone in cui vi siano solo lievi ed effimere gelate. Anche poche ore con temperature inferiori ai -5°/-6° (23-21° F) potrebbero danneggiare seriamente la pianta o farla addirittura morire. Per una coltivazione in massima sicurezza, o per farne impianti commerciali, si dovrà piantare in zone USDA 9b o più calde.
Il Pummelo è piuttosto esigente anche per quanto riguarda le temperature massime e, diversamente da altri agrumi, richiede un'estate lunga e calda per potersi sviluppare e portare a maturazione i frutti. Per questa ragione, zone non tropicali a clima spiccatamente oceanico, pur non avendo inverni freddi, non sono ideali per la coltivazione della specie. Impianti sperimentali in Nuova Zelanda (notoriamente mite d'inverno e fresca d'estate) si sono dimostrati fallimentari, proprio per l'insufficiente calura estiva.
Questa pianta preferisce un'esposizione soleggiata, che garantisce una perfetta maturazione dei frutti ed un maggior contenuto zuccherino, ciò nonostante riesce a svilupparsi anche in zone a mezz'ombra.
Il Pomelo, avendo come habitat naturale le piovose zone pianeggianti tropicali, spesso ai margini di fiumi e ruscelli, non si è evoluto per resistere alla siccità ed, in zone ad estate arida come Sicilia, Sardegna e Calabria, richiede un'irrigazione adeguata per favorire lo sviluppo dei frutti (in gran parte costituiti da acqua). Per prosperare e produrre abbondantemente, senza irrigazioni, dovrebbe esser piantato in aree in cui vi siano precipitazioni di almeno 1500 mm/anno, distribuite anche nel periodo che va dalla fioritura alla maturazione dei frutti. Il Pomelo non ha bisogno di potature eccessive, ma sarà molto importante quella d'allevamento iniziale che ne determinerà la futura forma. Successivamente si procederà accorciando i rami che puntano troppo in alto, così come quelli che, piegati dal peso dei frutti, saranno rasenti terra. La forma d'allevamento più comune è a "chioma piena", in cui vengono lasciate 3-4 branche principali ed i rami ricadenti. La potatura deve esser effettuata in inverno, prima della fioritura, ricordando che i fiori si produrranno prevalentemente sui rami dell'anno precedente.
Foglie e Rami Pomelo Citrus maxima, è una specie originaria delle pianure alluvionali, gradisce pertanto un terreno argilloso in profondità, ma sabbioso in superficie, profondo ed arricchito con limo e sostanza organica; inoltre è segnalata una discreta resistenza ai terreni con elevata salinità. La concimazione, a base organica e ricca di microelementi, può essere effettuata prima della ripresa vegetativa ed in corrispondenza dell'ingrossamento dei frutti.

Maturazione PomeloFrutti Immaturi Pummelo


Riproduzione, Varietà e Malattie :

Il Pomelo produce tendenzialmente semi mono-embrionici quindi, diversamente da altri Agrumi, ogni pianta nata da seme sarà un po' diversa rispetto alla pianta madre. La moltiplicazione per semina non è perciò comune e, oltre a non aver garanzia sulla qualità dei futuri frutti, si potrebbe dover aspettare anche 8-10 anni, prima che la pianta entri in produzione.
Il Pummelo, generalmente, viene riprodotto per via vegetativa, tramite innesto. Questo, oltre a velocizzare la messa a frutto, permette di scegliere tra diversi portainnesti, ognuno con caratteristiche specifiche. Alcuni portainnesti, come ad esempio il Poncirus trifoliata, facilitano l'entrata in dormienza invernale, permettendo così una maggior resistenza al gelo. Col giusto portainnesto e con un minimo di protezione invernale, è possibile crescere un pomelo all'aperto anche nei punti più riparati dei grandi laghi del Nord Italia, come avviene a Cannero Riviera, sul Lago Maggiore. Alcune varietà si possono riprodurre anche per margotta.
Esistono innumerevoli cultivars di Pummelo, che possono essere grossolanamente divise in tre categorie:


Gruppo Cinese : a frutto piriforme, polpa bianca e buccia particolarmente spessa
Gruppo Thailandese : dal frutto di dimensioni più contenute
Gruppo Indonesiano : producono un frutto a basso contenuto di acidità


Di seguito un elenco dei cloni più diffusi e commercializzati


  • Shatian : Molto diffuso, soprattutto nel sud-est asiatico. Produce frutti privi di semi (Seedless),  dalla polpa bianca, molto succosa e dolce.
  • Chandler : Varietà molto popolare, ottenuta dall'incrocio di un pomelo a frutto giallo e dolce, con uno rosa e acido. Ottenuto in California negli anni '60, matura precocemente e si conserva a lungo.
  • Cuban Shaddock : originario di Cuba, produce un frutto molto grosso, con molti semi e dalla polpa acida. La crescita della pianta è assurgente ed ha una minor resistenza al freddo rispetto ad altre varietà.
  • Tahitian : originario del Borneo, fu portato a Thaiti e poi diffuso nelle isole Hawaii. La peculiarità è quella di avere una buccia molto sottile ed un gusto eccellente. Esso è frequentemente utilizzato come punto di partenza per selezionare nuove varietà o per ottenere nuovi ibridi.
  • Honey : frutto di grossa pezzatura (peso di circa 2 kg), quasi senza semi, polpa dolce e trasparente.
  • Pomelit : crescita vigorosa, ma rami esili che si possono spezzare sotto il peso dei frutti. Essi sono tondeggianti, schiacciati ai poli, a polpa bianca, con sfumature arancioni. I frutti hanno molti semi, ma il sapore è molto apprezzato. 
  • Mato Buntan : frutto piriforme, giallo a maturità, polpa leggermente amara e con una nota di acidità.
  • Hirado Buntan : varietà molto diffusa a Nagasaki e nel Sud del Giappone. E' tra le più rustiche e resistenti al freddo, ottima per la coltivazione all'infuori dei tropici. Si caratterizza per aver un frutto dalla polpa rosa, non particolarmente succosa e ricca di semi.
  • Cocktail : questa, in realtà, non è una specie "pura", bensì ottenuta dall'incrocio di un Pomelo con un Mandarino. Produce frutti delle dimensioni di un'arancia o di un piccolo pompelmo. Questo ibrido può essere cresciuto anche in zone più fredde, rispetto a quelle limite per il Pummelo. Il sapore è unico e piacevolmente sub-acido. Talvolta è erroneamente chiamato Pompelmo "Cocktail".

Citrus grandis, un po' come tutti gli agrumi, è soggetto a diverse malattie sia di origine animale, che virale o fungina. Molte patologie non determinano la morte, possono essere estemporanee e tenute facilmente a bada. La lotta biologica, con gli antagonisti naturali, è comune per debellare insetti patogeni, mantenendoli sotto la soglia critica di danno. Purtroppo, alcune malattie sono ben più gravi e spesso la loro diagnosi è così tardiva da non permettere il recupero della pianta. I funghi del genere Phytophthora, causando marciumi radicali, sono tra i patogeni più letali e sono la maggior causa di morte per vecchi esemplari di Pomelo. 

Chioma Pomelo

Fioritura Pomelo
Frutto Immaturo Pummelo

Citrus maxima

Invaiatura Pomelo



venerdì 18 novembre 2016

Quando Inizia l'Inverno? Com'è il Suo Clima?

L'inverno è, in natura, la stagione più dura, quella in cui c'è scarsità di cibo e risorse, nonché quella più letale. Tuttavia, dal calduccio di casa, la visione che ne hanno gli uomini è ben diversa e, mediamente, risulta una stagione ben più allegra dell'autunno, nonché quella che lascia presagire l'arrivo della bella stagione.

Quando inizia l'inverno in Italia? Come varia il clima dell'inverno nel mondo? Quali sono le differenze di temperatura tra Nord e Sud Italia?

Nevicata invernale


L'inizio dell'inverno Astronomico coincide con il Solstizio invernale che, nell'emisfero boreale (in cui è presente l'Italia), è il 21 o 22 Dicembre, a seconda degli anni; mentre finisce con l'equinozio di Marzo (20-21 Marzo). Nell'emisfero australe, invece, inizierà con il Solstizio di Giugno (20-21 Giugno) e terminerà con l'equinozio di Settembre (22-23 Settembre).
Qualcuno di voi avrà notato che l'inverno boreale è qualche giorno più corto, rispetto a quello australe. Questo è dovuto al fatto che la Terra, in Dicembre, si trova più vicina al Sole (Perielio), rispetto a Giugno (Afelio) e ciò comporta una maggiore velocità di rivoluzione e, quindi, una minor durata dell'inverno (Seconda Legge di Keplero). Come è facile intuire non è la distanza/vicinanza al Sole a determinare le stagioni (in Dicembre siamo addirittura più vicini al Sole), ma l'inclinazione con cui i raggi del Sole giungono sulla Terra. Alle nostre latitudini, in inverno, i raggi solari arrivano inclinati e si distribuiscono su un'area più grande, determinando un minor riscaldamento.

L'inverno Meteorologico, invece, considera i tre mesi con le maggior caratteristiche invernali dal punto di vista climatico. Esso inizia il 1 Dicembre e termina il 28 (o 29) Febbraio.

Come di consueto, potremmo continuare la lettura di questo articolo accompagnati dalle dolci melodie dell'Inverno di Vivaldi.




Sebbene in pochi ci facciano caso, l'inizio dell'inverno coincide con il giorno più corto dell'anno e, quindi, in tutti i giorni a seguire le ore di luce aumenteranno gradualmente. In altre parole, durante l'Inverno, le giornate si allungano ed il Sole, ad ogni giorno, è sempre un po' più alto sopra l'orizzonte.
Nel primo giorno di inverno, al 45° parallelo (Milano), il Sole si innalzerà sopra l'orizzonte di circa 22°, mentre nell'ultimo giorno salirà di un angolo di 45° (per maggior dettagli leggi qua).

Se ci fate caso, l'altezza del Sole (e quindi la sua "Potenza") è speculare tra Inverno ed Autunno.
Ad esempio, se prendiamo il Solstizio del 21 Dicembre e ci spostiamo due mesi avanti o indietro (21 Febbraio o 21 Ottobre), avremmo la stessa "Potenza del Sole". Eppure, anche con la stessa radiazione solare, il 21 Ottobre è mediamente ben più caldo del 21 Febbraio.
Questo è dovuto all'inerzia termica, il clima, infatti, non dipende esclusivamente da "quanto scalda il Sole", ma anche da quanto sono caldi i mari e gli oceani, oltre all'estensione delle nevi in Eurasia ed America del Nord (vedi qua).
Il giro di boa per quanto riguarda le temperature in Italia è spostato di circa un mese (21 Gennaio), rispetto al Solstizio.


Quali sono le caratteristiche climatiche dell'inverno Italiano? Come variano dal Nord al Sud Italia?

L'inverno è una delle 4 stagioni dei climi temperati e, così marcatamente, è osservabile solo a latitudini superiori al 30° N o 30°S.
Nella prima parte dell'inverno (così come nell'ultima dell'Autunno) le ore di luce sono poche e quelle di buio possono essere anche 16 al giorno (nel Nord Italia). Più ci si avvicina ai Poli e più il rapporto luce/buio diminuisce; ai Poli ci saranno zero ore di Sole, per tutto l'inverno.
In questa stagione, all'interno del Circolo Polare (67° N o S), è possibile osservare almeno un giorno, quella che viene definita Notte Polare. Il numero di giorni in cui è possibile osservare questo fenomeno cresce avvicinandosi ai Poli. Al 67° Nord (o Sud) ci sarà un'unica Notte Polare in corrispondenza del Solstizio, al Polo Nord (o Sud) circa 182 (6 mesi).

Ma cos'è la Notte Polare?
Con questo termine si indica una giornata in cui il Sole rimane sotto la linea dell'orizzonte per tutto l'arco delle 24h.
Ciò non vuol necessariamente dire che sia buio pesto tutto il giorno. In zone vicine al circolo polare, in prossimità dei Solstizi, a mezzogiorno il Sole sarà pochissimi gradi sotto l'orizzonte e la luce riflessa garantirà un tenue bagliore.
In zone più lontane dal Circolo Polare (oltre il 75°N o S) il Sole di mezzogiorno resterà diversi gradi sotto l'orizzonte, mantenendo un buio che, alle nostre latitudini, siamo soliti osservare solo di notte.
Si capisce bene che il numero di ore di luce è strettamente correlato sia alla distanza fisica dai poli, sia alla distanza temporale dai solstizi.

La stagione invernale, in Italia, è quella che registra le maggiori differenze di temperatura tra Nord e Sud. Nel settentrione, specie nella pianura Padana, il clima è continentale e soggetto a forti inversioni termiche. Ciò determina temperature notturne rigide e, a cielo sereno, le minime sono spesso sotto gli 0° C (32° F). Anche di giorno, specie nelle basse pianure, l'aria umida e fredda tende a ristagnare, senza essere spazzata via dall'ormai flebile Sole. In queste zone la nebbia può permanere anche nelle ore centrali della giornata, non permettendo l'innalzamento diurno delle temperature, che spesso rimangono di 4-5° C (39-41° F) e, in seguito ad irruzioni particolarmente fredde, possono rimanere tutto il giorno sottozero (Giornate di Ghiaccio). In pianura, la sensazione di freddo è acuita dall'elevata umidità atmosferica.
Sulle colline, ed in generale sulle Prealpi, il clima diventa meno umido e le temperature minime, per via della minor inversione termica, si addolciscono.
Sulle Alpi, salendo di quota, le temperature diventano via via più rigide, ma in un contesto di bassa umidità e quasi totale assenza di nebbie. In inverno non è raro essere a 700 m (2300 ft) con Sole e 8-10° C (46-50° F), mentre le pianure sottostanti sono immerse nella nebbia, con temperature poco sopra il punto di congelamento.
L'inverno, nel Nord Italia, è una stagione piuttosto secca, tuttavia molte zone non sono insolite a precipitazioni nevose. Ciò nonostante, al piano, è ormai raro che la neve rimanga sul terreno per più di qualche giorno, cosa che era comune fino ad una cinquantina di anni fa.
In alcune zone del Nord Italia, soggette a temporali estivi, l'inverno è la stagione più secca, mentre al Sud può essere una stagione piuttosto piovosa.

Sebbene la Pianura Padana abbia un clima con forti caratteristiche di continentalità, non possiamo di certo paragonarlo a quello tipico delle pianure dell'Europa centrale. Le Alpi, con le sue vette che superano i 5.000 m (16400 ft), rappresentano uno spartiacque. Le gelide correnti provenienti da Nord, proprio per la loro natura, sono compresse vicino al suolo e si ammassano a Nord delle Alpi, giungendo in Italia affievolite. Le zone più fredde del Nord Italia sono quelle della bassa pianura Padana, ove l'aria fredda tende a depositarsi e a ristagnare. La zona più mite del Nord Italia è la Riviera Ligure che, con il suo clima Mediterraneo caldo, non ha nulla a che invidiare a tanti luoghi costieri del Centro-Sud Italia (clicca qua).

La morsa con cui l'inverno stringe l'Italia, in linea generale, decresce ma mano che si procede verso Sud. Ciò nonostante sarebbe più corretto dividere l'Italia centro-meridionale in due macro-zone: quella costiera e quella interna. Le zone interne, soprattutto le valli, hanno un clima abbastanza continentale, di poco più mite rispetto a quello Padano. Qui però, l'assenza di grosse pianure, previene la formazione della nebbia.
La zona costiera ha invece un clima tipicamente Mediterraneo con un inverno mite ed umido. La fascia Adriatica è più esposta alle fredde correnti provenienti da Nord-Est e, nel medio-adriatico, deboli nevicate sino alla costa sono abbastanza frequenti. Sulla fascia Tirrenica, protetta dagli Appennini, la neve è un evento assai raro (a Roma con cadenza decennale) ed effimero (nevicate senza attecchimento).

Montagna innevata


Per buona parte delle piante, l'inverno rappresenta la stagione del riposo vegetativo, non a caso la parola "Inverno" deriva dal latino "Hiběrnum" (Ibernazione). Le specie decidue hanno perso le foglie e non svolgono più la fotosintesi, mentre le specie sempreverdi riducono al minimo il proprio metabolismo, rallentano (o arrestano) la crescita ed aumentano la concentrazioni di soluti all'interno delle proprie foglie per incrementare la resistenza al freddo.
Per le piante al limite, al fine di ridurre al minimo i fallimenti e le perdite, è necessario effettuare una buona pacciamatura e progettare una struttura per proteggerle dal gelo.

Sia le ore di luce, sia le temperature sono correlate alla velocità di crescita delle piante. Questi due fattori "suggeriscono" alle piante che è meglio non emettere nuove foglie e di prepararsi ai rigori dell'inverno. Bruschi aumenti di temperatura, specie nella seconda parte dell'Inverno, possono trarre in inganno le piante, facendole vegetare ed esponendole ai rischi delle successive gelate (leggi qui).
Nel bacino Mediterraneo, per via dell'effetto mitigatore del mare, bruschi innalzamenti di temperatura in inverno sono rari. In Texas, o in altre zone nel Sud degli Stati uniti, ci possono invece essere temperature superiori ai 20° C (68° F) in pieno inverno, seguite da ondate di gelo con temperature sottozero anche nelle ore centrali del giorno; qui il rischio enunciato sopra è più che concreto.


I 3 mesi dell'inverno meteorologico dal Nord al Sud Italia:


  • Dicembre : è il mese con le giornate più corte dell'anno. Sono possibili ondate di freddo, ma sono meno frequenti rispetto ai mesi seguenti. Ci possono essere le prime nevicate al piano nel Centro-Nord Italia. 
  • Gennaio : è mediamente il mese più freddo, specie nelle zone interne. Il Sole è ancora basso e le ore di buio dominano su quelle di luce, l'aria raffreddatasi di notte non riesce ad essere sufficientemente riscaldata di giorno e, in zone soggette, si instaurano forti inversioni termiche. In questo mese si hanno i maggiori accumuli nevosi al piano.
  • Febbraio : è il mese in cui si inizia ad assaporare la primavera, le giornate iniziano a farsi più lunghe ed il Sole a riscaldare. Ciò nonostante è il periodo in cui la temperatura delle acque del Mar Mediterraneo ha raggiunto il minimo annuale. Per queste ragioni, in zone costiere, Febbraio è spesso il mese più freddo dell'anno. In tutta Italia, specie nella prima metà del mese, sono ancora possibili forti avvezioni di aria polare. 


Città
Mese
Temp. Min. Media
Temp. Max. Media
Pioggia (mm)

Torino
Dicembre
-1,6°C (29,1°F)
7,6°C (45,7°F)
45,1
Gennaio
-2,5°C (27,5°F)
6,6°C (43,9°F)
47,8
Febbraio
-0,7°C (30,7°F)
9,1°C (48,4°F)
47,1

       Genova
Dicembre
6,5°C (43,7°F)
12,5°C (54,5°F)
93,1
Gennaio
5,5°C (41,9°F)
11,5°C (52,7°F)
101,8
Febbraio
6,0°C (42,8°F)
12,2°C (54,0°F)
74,0

Bologna
Dicembre
0,4°C (32,7°F)
6,8°C (44,2°F)
48,5
Gennaio
-1,5°C (29,3°F)
5,0°C (41,0°F)
34,0
Febbraio
0,9°C (33,6°F)
8,0°C (46,4°F)
44,3

Roma
Dicembre
4,2°C (39,6°F)
12,6°C (54,7°F)
81,0
Gennaio
3,1°C (37,6°F)
11,9°C (53,4°F)
66,9
Febbraio
3,5°C (38,3°F)
13,0°C (55,4°F)
73,3

Palermo
Dicembre
10,2°C (50,4°F)
15,8°C (60,4°F)
123,7
Gennaio
8,9°C (48,0°F)
14,7°C (58,5°F)
97,5
Febbraio
8,5°C (47,3°F)
14,5°C (58,1°F)
109,9

Ancona
Dicembre
2,6°C (36,7°F)
10,4°C (50,7°F)
58,1
Gennaio
1,4°C (34,5°F)
9,2°C (48,6°F)
43,8
Febbraio
1,6°C (34,9°F)
10,2°C (50,4°F)
49,3

L’aquila 
Dicembre
-0,1°C (31,8°F)
7,4°C (45,3°F)
83,7
Gennaio
-1,8°C (28,8°F)
6,4°C (43,5°F)
66,1
Febbraio
-1,0°C (30,2°F)
8,5°C (47,3°F)
64,5

Firenze 
Dicembre
2,6°C (36,7°F)
11,1°C (52,0°F)
81,3
Gennaio
2,0°C (35,6°F)
10,9°C (51,6°F)
60,5
Febbraio
2,5°C (36,5°F)
12,5°C (54,5°F)
63,7


Ed infine, come d'abitudine, qualche dipinto che riassume la stagione invernale.

Paesaggio invernale con pattinatori e trappola per uccelli - Pieter Bruegel il Vecchio

Cimitero Innevato - Friedrich Caspar

Paesaggio cittadino invernale

Paesaggio rurale invernale

Inverno Naif - Moline

Inverno in Montagna
La Gazza - Monet
Inverno Arcimboldo

venerdì 11 novembre 2016

Dove Cresce la Palma da Olio (Elaeis guineensis)? Come Si Ricava l'Olio di Palma?

L'Olio di Palma è largamente utilizzato in ambito dolciario e non solo; tuttavia in molti sostengono che sia poco salutare o, peggio ancora, pericoloso e, ultimamente, il suo "non utilizzo" è pubblicizzato dai maggiori produttori di biscotti e merendine.

Quali vantaggi e/o svantaggi offre l'Olio di Palma, rispetto all'Olio d'Oliva o di Girasole? E' realmente così dannoso? Qual è la pianta da cui viene estratto questo Olio? Come e dove si può coltivare una Palma da Olio  (Elaeis guineensis)?

Casco Frutti Palma da Olio


Origine e Diffusione :

La Palma da Olio  (Elaeis guineensis) è originaria dell'Africa Occidentale ed in particolare del Golfo di Guinea. Le prime informazioni su questa specie risalgono al XV secolo, quando gli esploratori portoghesi la trovarono in Liberia.
L'habitat nativo della Elaeis guineensis è rappresentato dalle foreste pluviali in prossimità dell'equatore e la distribuzione naturale della specie si estende dal Senegal (16° N), sino all'Angola (15° S).
Oggigiorno la Palma da Olio è particolarmente diffusa nel Sud-Est Asiatico e nazioni come Malesia ed Indonesia detengono il record d'esportazione fornendo, da sole, circa l' 85% del fabbisogno mondiale. Negli ultimi anni si è iniziato a coltivarla anche nelle zone equatoriali a clima umido dell'America latina.

Uno dei maggiori svantaggi della coltivazione così intensiva è la progressiva riduzione della biodiversità, presente nelle foreste tropicali.
L'alta resa, i bassi costi di gestione ed i facili guadagni fanno gola a molti e, in nazioni povere e sottosviluppate, non esistono regole ferree per la salvaguardia dell'ambiente; tutto questo ha portato all'abbattimento di migliaia di ettari di folta vegetazione assortita, sostituita da altrettanti ettari di monocoltura, riducendo le risorse e portando sulla via dell'estinzione innumerevoli specie animali.
La vergine foresta pluviale dell'Isola di Sumatra, in Indonesia, era, fino agli anni '50, un'oasi incontaminata, l'habitat ideale per molte specie selvagge. Negli ultimi anni la deforestazione, in gran parte per far spazio ai campi di Palma da Olio, ha ridotto di circa il 70% l'area occupata da queste foreste. L'animale vittima, simbolo di questa antropizzazione ambientale, è l'Orango: questa scimmia è abituata a mangiare tenere foglie, germogli e frutti e si muove da albero ad albero, saltando da un ramo all'altro, sia in cerca di cibo, sia per sfuggire ai predatori.
Le Palme da Olio, in confronto alla foresta pluviale, formano una vegetazione ben meno fitta, non hanno foglie commestibili per gli Oranghi e non hanno rami sui cui questi primati si possano arrampicare; in altre parole non possono sostentare la vita di questa specie, confinando i pochi esemplari rimasti, nelle ultime foreste presenti.
Vista Aerea Campo di Palme da Olio

Deforestazione e Palme da Olio

Botanica e Fisiologia :
Fioritura Elaeis guineensis
La Palma da Olio (Elaeis guineensis), appartiene alla famiglia delle Arecaceae (o Palmae) ed alla tribù delle Cocoseae, che annovera al suo interno altre Palme dall'indubbio valore commerciale (es. Palma da Cocco o Palma da Vino Cilena).
Al genere Elaeis appartengono solo due piante, la palma oggetto dell'articolo e la Elaeis oleifera (o Elaeis melanococca), comunemente chiamata Palma da Olio Americana.
Tuttavia quest'ultima specie, nativa del centro america, non è impiegata per la produzione di Olio su larga scala ma, dato che si può incrociare con Elaeis guineensis, è stata utilizzata per ottenere degli ibridi (Elaeis oleifera x Elaeis guineensis), i quali hanno buone rese in termini d'Olio ma, rispetto alle Palme da Olio Africane, sono più resistenti al marciume del germoglio apicale, causato da Phytophthora palmivora.

La Palma da Olio raggiunge un'altezza massima variabile, a seconda del clima e della varietà, dai 20 ai 30 m (65-98 ft). La crescita è rapida e ben più veloce rispetto alla media delle palme e, a maturità e nelle condizioni ideali, può essere anche di 50 cm all'anno (20 in).
La chioma della Elaeis guineensis è ampia e composta da una cinquantina di foglie, a diversi stadi di sviluppo. Il numero di foglie emesse ogni anno varia con l'età della pianta ed è, in media, di 25 foglie, da cui possiamo dedurre che la vita media di una foglia è di circa 2 anni.
Le foglie della Palma da Olio sono pennate, lunghe sino a 5 m (16 ft) e vengono prodotte esclusivamente dall'apice vegetativo. Esse sono unite al tronco tramite un picciolo frastagliato e lungo sino ad 1 m (3 ft). Ogni foglia è composta da 55-60 frammenti lanceolati ed appuntiti. La forma di queste foglie, così come il loro portamento, le fanno assomigliare a quelle di un'altra specie, la Palma Regina.

Il fusto è eretto, corpulento e su di esso permangono le parti basali dei piccioli fogliari. Tra i "frammenti" di picciolo ed il tronco si creano degli spazi vuoti che, con gli anni, si riempono di detriti e terriccio, permettendo lo sviluppo di altre specie; è infatti comune osservare felci che crescono proprio sul tronco di queste palme.
Le radici, inizialmente, si sviluppano come unico fittone che, in abbondanza di acqua, rimane piuttosto superficiale. In seguito, si sviluppano radici secondarie, terziarie e quaternarie, che formano un fitto intreccio in prossimità del tronco. In condizioni ottimali, l'apparato radicale è concentrato nei primi 30 cm (12 in) di suolo ed occupa un'area di circa 12,5 m(135 ft2), ovvero le radici sono presenti, via via più rade, sino a 2 m (6,5 ft) dalla pianta o un poco oltre.

Frutti di Elaeis guineensisUn altro vantaggio di questa specie è la precocità di entrata in produzione che, in zone vocate, può iniziare già a partire dal terzo-quarto anno di età.
Gli abbozzi delle infiorescenze compaiono all'ascella di ogni foglia, sin dai primi istanti della fogliazione, ma solo una parte di queste "infiorescenze primordiali" si trasformeranno in fiori, le altre abortiranno e marciranno. Il processo che porta allo sviluppo delle infiorescenze mature è lungo e può richiedere oltre due anni. Elaeis guineensis è una specie monoica, ovvero la stessa pianta produce due tipi di fiori: quelli maschili e quelli femminili. Ogni infiorescenza sarà maschile (con solo fiori maschi) o femminile (con solo fiori femmina), raramente mista. I fiori maschili sono piccoli, formati da 3 petali, 3 sepali e 6 stami, mentre il pistillo è abortito; i fiori femminili sono formati da 3 petali, 3 sepali e 3 cellule uovo.
Il rapporto tra infiorescenze maschili e femminili è determinato sia geneticamente, sia ambientalmente; è infatti noto che lunghi periodi di siccità inducono il differenziamento dei fiori maschilidiminuendo il rapporto fiori femminili/fiori maschili. L'impollinazione è prevalentemente anemofila (ad opera del vento) ed i leggeri granelli di polline possono depositarsi anche sino a 40 m (131 ft) di distanza; gli insetti pronubi visitano principalmente i fiori maschili e solo raramente quelli femminili, l'impollinazione entomofila (ad opera degli insetti) è dunque meno frequente.

Dalla fioritura alla maturazione dei frutti passano mediamente 5-6 mesi ed ogni "casco" di frutti pesa circa 25 Kg (55 lb), occasionalmente 50 Kg (110 lb) ed eccezionalmente anche sino ad 80 Kg (176 lb).
Ogni frutto è lungo più o meno 3 cm (1,2 in), contiene un unico seme centrale circondato da una polpa carnosa e morbida, composta per il 50% da Olio. I frutti maturi sono di colore rossastro (simile ai Datteri) e raggruppati in un grappolo dalla forma tondeggiante.
I frutti deperiscono velocemente e, per poter esser trasformati in Olio, devono essere lavorati poco dopo la raccolta.

Frutti e Semi Palma da Olio

Foglia Palma da Olio



Crescita, Clima, Riproduzione e Varietà :

La Palma da Olio si moltiplica per semina, tuttavia i semi germogliano dopo 3 mesi, solo se le condizioni sono favorevoli (temperature elevate). Nel loro ambiente naturale, Africa Occidentale, i semi rimangono dormienti per tutta la stagione secca, germogliando solo in quella delle piogge.

Gli impianti, generalmente, vengono eseguiti piantando le Palme a triangolo, distanziate di 9 m (3,5 in) l'una dall'altra. Così facendo si possono far crescere fino a 150 Palme per ettaro.

Elaeis guineensis è una specie strettamente tropicale ed il suo clima ideale è quello delle foreste pluviali tropicali di pianura. Tuttavia, diversamente da altre palme, soffre l'ombreggiatura e richiede un'esposizione in pieno Sole. Per questo motivo, in natura, la si ritrova spesso ai margini delle foreste o in riva ai fiumi, difficilmente nel mezzo di una fitta foresta pluviale.
Le temperature devono essere alte e costanti durante tutto l'anno, senza troppi sbalzi nè tra il giorno e la notte, nè tanto meno tra le stagioni. Idealmente, le temperature massime dovrebbero essere attorno ai 30-32° C (86-90° F), mentre le minime notturne di 24° C (75° F).
Prolungati periodi con temperature inferiori ai 15° C (59° F) arrestano la crescita, fanno insorgere più facilmente alcune malattie e possono portare alla morte dell'intera pianta; ma anche in zone in cui ci sia una stagione con temperature medie inferiori ai 20° C (68° F), si riscontra una produttività quasi nulla ed una crescita stentata.
Le piogge devono essere molto abbondanti (almeno 1500-1800 mm/anno), con un'umidità relativa atmosferica del 75% e non ci deve essere una stagione secca più lunga di 2-3 mesi che, come detto in precedenza, ridurrebbe il numero dei fiori femminili e, dunque, la produzione di frutti.
Esposizione assolata a parte, il clima ideale della Palma da Olio è molto simile a quello della Pianta del Cacao.
Per queste ragioni, tutti gli impianti, sono situati al piano e a latitudini comprese tra il 10° N e 10° S; solo in queste zone si ha un'ottima resa, già al 15° parallelo  Nord (o Sud) la produzione non sarebbe più competitiva.
La specie si adatta a quasi tutti i tipi di terreno a pH compreso tra 4 e 8, tuttavia in terreni fertili si hanno maggiori rese. Le radici sono piuttosto tolleranti all'acqua corrente e possono resistere ad allagamenti stagionali, purché non vi si sia acqua stagnante.
La Palma da Olio è piuttosto longeva e può vivere anche 200 anni; ciò nonostante la produzione decresce man mano che la pianta invecchia e le piante rimangono competitive per il mercato, solo fino all'età di 30-40 anni.
Questa pianta è soggetta all'attacco di innumerevoli patogeni, sia di origine fungina, che batterica ed è anche attaccata da piccoli vertebrati come ratti od uccelli che si nutrono sia dei frutti maturi, che immaturi, arrecando ingenti danni alla produzione.

Elaeis guineensis, diversamente da altre palme, non emette polloni e non vi è modo di riprodurla per via vegetativa; la riproduzione è esclusivamente effettuata tramite semina. Per questo motivo non si può parlare di vere e proprie cultivars di Palma da Olio, ma piuttosto di varietà:


  • Dura : varietà dotata di uno spesso guscio esterno (endocarpo) ed un seme interno abbastanza grosso. Non è particolarmente produttiva, ma è assai rustica ed, in zone tropicali, è prevalentemente utilizzata a scopo ornamentale, in giardini e parchi.
  • Pisifera : priva di guscio esterno, ha un'elevata tendenza ad aborti fiorali. I frutti fertili sono dotati di un nocciolo piccolo, che rendono la specie poco utilizzata a scopi alimentari.
  • Tenera : è ottenuta dall'ibridazione di Dura x Pisifera; questa varietà è quella maggiormente utilizzata negli impianti commerciali,. Presenta un nocciolo abbastanza grande, una discreta quantità di polpa ed un guscio esterno molto sottile.
  • Macrocaria : varietà senza alcun utilizzo commerciale, rappresenta una forma estrema di "Dura" ed è dotata di un endocarpo molto spesso. 



Varietà di Palma da Olio


Come si produce l'Olio di Palma? Dove viene utilizzato? Che caratteristiche possiede? :


Un ettaro di terreno, coltivato con Elaeis guineensis, può produrre fino ad 8 tonnellate di Olio all'anno ed è mediamente 10 volte più efficiente, rispetto ad ogni altra coltura da Olio (es. Olio di Girasoli, Olio di Colza etc..).
Nel 2012 le Palme da Olio coprivano solo il 5% degli ettari di colture da Olio, eppure producevano oltre il 30% dell'Olio mondiale. Oltre il 90% dei campi di Palme da Olio è situato nel Sud-Est Asiatico, zona ideale sia come latitudine, che come umidità e piogge annue.
Il suo largo consumo è dovuto al basso prezzo per litro, a sua volta dovuto all'alta resa della coltura.


L'Olio ricavato dalla Elaeis guineensis lo si può dividere in due tipi:

  • Olio di Palma : Si ricava dalla polpa dei frutti, ha un sapore dolciastro ed è di colore rosso, per via dell'elevata concentrazione di carotenoidi. Questo primo tipo di Olio è utilizzato nell'industria alimentare, ma prevalentemente in quella cosmetica, per la produzione di saponi o come lubrificante. Se viene raffinato può diventare liquido a temperatura ambiente.
  • Olio di Semi di Palma : Chiamato anche Olio di Palmisto, è ottenuto dalla spremitura a caldo dei semi. La resa percentuale è inferiore, rispetto all'Olio di Palma, e chimicamente è più simile all'Olio di Cocco, con però una maggior quantità di Acido laurico. L'acidità inferiore e le migliori qualità organolettiche, fanno il Palmisto un Olio più pregiato, utilizzato principalmente nell'industria dolciaria. 

Entrami questi Oli, appena prodotti, sono solidi a temperatura ambiente e da essi si possono estrarre burri vegetali. Essi sono dei trigliceridi, ovvero esterificazione di acidi grassi (tra cui l'Acido palmitico, l'Acido oleico, l'Acido laurico) con glicerolo. 
Quest'Olio è noto per l'elevata concentrazione di acidi grassi saturi (50% nell'Olio di Palma e 80% nell'Olio di Palmisto).


Ma l'Olio di Palma fa realmente così male?

In molti sostengono che l'Olio di Palma faccia male alla salute e che il suo utilizzo sia ascrivibile esclusivamente alla sua economicità.
Se da un lato è vero che l'eccessivo consumo di acidi grassi saturi facilita l'insorgere di malattie cardiovascolari del colesterolo, dall'altro, l'Olio di Palma grezzo contiene alte concentrazioni di carotene, Vitamina E ed altre sostanze utile; un suo utilizzo controllato potrebbe dunque essere vantaggioso.
Tuttavia, recenti studi hanno evidenziato che l'Olio di Palma raffinato (ottenuto partendo da quello grezzo) è privo degli "elementi positivi" (es. Vitamina E etc..) e che nel processo di raffinazione si possano produrre sostanze tossiche e cancerogene, potenzialmente pericolose per la salute umana.
Ciò nonostante, non esiste una risposta unanime e condivisa da tutti. Il consiglio è quello di utilizzarlo con parsimonia e consapevolezza, senza lasciarsi influenzare da ipotetici scenari catastrofici. 

Piantine di Elaeis guineensis

Chioma Palma da Olio

Tronco e Foglie Palma da Olio